Strategie partecipative per una transizione energetica giusta: “Il Castiglione” a Gubbio

Strategie partecipative per una transizione energetica giusta: “Il Castiglione” a Gubbio

Una delle principali sfide della società moderna è il dover portare avanti la transizione ecologica, abbandonando i processi produttivi più impattanti e adottando modelli di sviluppo più sostenibili e equi. Tuttavia, nonostante la transizione trovi un consenso diffuso, la sua attuazione pratica si scontra regolarmente con dissenso e rigetto da parte di diversi attori, tra cui cittadini e comunità locali. 

Il paradosso della transizione energetica

Tra gli esempi più significativi in cui questo accade è la transizione energetica, spesso ostacolata dalle reazioni delle comunità locali che vedono una minaccia, più che potenzialità, nei progetti di impianti rinnovabili. Di fatto, la presenza di un’opinione pubblica favorevole alle rinnovabili degli anni  ‘80 e ‘90 non anticipava l’opposizione e il dissenso delle comunità residenti nei territori selezionati per la costruzione delle nuove infrastrutture, spesso per motivi legati all’impatto paesaggistico o alla tutela del luogo. Da qui, il termine “Not In My Back Yard” (NIMBY), “non nel mio cortile”, già discusso altrove.

Tuttavia, questo costrutto risulta essere restrittivo perché inadatto a dare il giusto spazio alla complessità dei legami delle comunità con il territorio e alle loro preoccupazioni. Per leggere queste dinamiche in modo più costruttivo, oggi si parla di accettazione sociale, di place attachment (cioè l’affezione verso il luogo, legata a esperienze e identità collettive) e di supporto attivo alle nuove iniziative. Quest’ultimo elemento è cruciale: senza il sostegno consapevole e partecipe dei residenti, la transizione rischia di rallentare o definitivamente bloccarsi. 

La normativa: Il rischio di un approccio esclusivamente tecnico-economico

Troppo spesso, però, i framework attuativi delle normative europee e nazionali non tengono in considerazione la dimensione sociale e relazionale delle comunità con i luoghi, concependo i territori in modo prettamente tecnico-economico. Per esempio, la Directtiva (EU) 2018/2001 – nota come RED II o successivamente la Direttiva (EU) 2023/2413 (nota come RED III) impone obiettivi in percentuale di produzione di energia da fonti rinnovabili.

Così, l’approccio top-down, nell’ambito delle energie rinnovabili spesso percepito a favore di grandi aziende, può generare conflitti, diffidenza e, di conseguenza, la perdita del consenso necessario per proseguire sulla strada della just transition. Conseguentemente, impedisce la realizzazione dei progetti e mina la fiducia nella transizione stessa. 

L’esperienza in Sardegna

A tal proposito, il caso più conosciuto di rigetto dell’attuazione degli obiettivi normativi europei, è quello della regione Sardegna. Nello specifico, la RED II ha imposto agli Stati membri l’obbligo di identificare zone adatte alla produzione di energia rinnovabile, riducendo i tempi autorizzativi e favorendo l’installazione degli impianti laddove l’impatto ambientale e paesaggistico è basso. In Italia, le norme attuative del Decreto Ministeriale 21/06/2024 hanno l’obiettivo di indicare le “aree idonee”, “non idonee” e “ordinarie” per l’installazione di nuovi impianti a fonti rinnovabili, in linea con l’obiettivo nazionale di 80 GW aggiuntivi entro il 2030. La designazione è lasciata alle regioni. Tuttavia, la discrezionalità concessa alle Regioni ha generato confusione, contenziosi e ricorsi al TAR, che ha già annullato parti del decreto. 

La situazione attuale

La regione Sardegna ha varato la propria legge (Legge regionale n.20/2024 del 5 dicembre 2024) per dar corpo a queste indicazioni. Tuttavia, le comunità locali, gli operatori e alcune organizzazioni hanno lamentato che la normativa regionale porta a una quasi totale esclusione del territorio. Secondo alcune stime, il 99 % della Sardegna risulterebbe “non idonea” per nuovi impianti. Anche a livello istituzionale la regione ha votato “no” all’intesa sulla revisione del testo unico sulle rinnovabili, manifestando dissenso verso alcuni indirizzi nazionali.

Per quanto riguarda la designazione delle aree idonee, la legge regionale distingue taglie e tecnologie: sono previsti criteri più restrittivi per fotovoltaico a terra ed eolico, e privilegia aree infrastrutturate o già compromesse. Questo processo si collega strettamente alle fonti energetiche rinnovabili (FER): l’individuazione delle aree è necessaria perché gli impianti FER possano essere autorizzati e incentivati in modo efficace.

Gli aggiornamenti a ottobre 2025 mostrano due elementi chiave: primo, è stato lanciato un bando FER + efficienza energetica da 29 milioni di euro per le PMI sarde, a sostegno dell’autoconsumo e dell’efficienza energetica. Secondo, prosegue l’iter di modifica della legge regionale sulle aree idonee. Infatti, è in discussione una proposta che prevede una moratoria di circa 120 giorni sugli impianti nelle aree ordinarie e ridefinisce criteri più rigidi per la localizzazione. Di fatto, il dissenso politico delle comunità locali agli incentivi fiscali, alle richieste di autorizzazioni di installazione degli impianti di energia rinnovabile sul territorio sembra aver eliminato le speranze per una transizione energetica sarda priva di forti contrasti e malcontento della popolazione

Dalla partecipazione all’empowerment

In questo contesto, percorsi partecipativi affiancati da figure di facilitatori o esperti diventano fondamentali affinché le comunità abbiano modo di esprimere le loro preoccupazioni e confrontarsi con tutti gli attori coinvolti. Alcuni elementi chiave:

  • Selezionare accuratamente i portatori di interesse (residenti, associazioni locali, enti pubblici, imprese) e garantire che la pluralità di voci sia ascoltata.
  • Adottare la facilitazione come modalità attiva, andando oltre la semplice informazione, ma creare opportunità di dialogo, tavoli di co-progettazione, momenti di riflessione condivisa.
  • Rendere trasparente la procedura e contribuire alla percezione di giustizia procedurale. È fondamentale individuare quali sono gli impatti attesi, i benefici per la comunità, le compensazioni, le modalità di partecipazione etc.
  • Valorizzare anche la giustizia distributiva. Non è sufficiente che l’impianto venga realizzato, ma è importante che la comunità percepisca benefici tangibili.

Esempi di successo: Il Castiglione a Gubbio

Ad evidenziare le capacità della facilitazione, l’iniziativa in Umbria forniscono un esempio di successo. Promosso dalla cooperativa ènostra, “Il Castiglione” è una turbina eolica da 1 MW di potenza, capace di produrre circa 2,3 GWh all’anno, l’equivalente del fabbisogno energetico di circa novecento famiglie. L’impianto è stato realizzato in località Castiglione-Aldobrando, in un’area già antropizzata e scelta con cura per ridurre l’impatto ambientale e paesaggistico, nel pieno rispetto della fauna e delle norme di tutela del territorio. È un impianto pensato per durare, ma soprattutto per essere accettato e sentito come parte della comunità. Ogni cittadino, famiglia o impresa può diventare co-proprietario della turbina, investendo nella cooperativa e ricevendo in cambio energia pulita a prezzo equo. Si tratta di una vera forma di democrazia energetica, in cui l’energia non è più un servizio erogato da un soggetto esterno, ma un bene comune gestito collettivamente.

Il ruolo della facilitazione

La facilitazione, in questo contesto, ha avuto un ruolo essenziale. A Gubbio, ha reso possibile la partecipazione di cittadini e imprese sin dalle prime fasi del progetto, grazie a campagne trasparenti come “Mettiamoci l’energia giusta”, che hanno spiegato in modo chiaro come partecipare, quali benefici aspettarsi e come l’iniziativa avrebbe generato valore locale. Parallelamente, la facilitazione ha favorito il dialogo tra territorio e impianto. La scelta del sito, ad esempio, è stata frutto di un confronto aperto con la comunità e con esperti ambientali, che hanno valutato l’impatto visivo, la tutela dell’avifauna e la compatibilità con l’ambiente circostante. Questo approccio ha permesso di evitare conflitti e di costruire una relazione di fiducia tra cittadini, istituzioni e promotori. L’impianto, in questo modo, non è stato percepito come una presenza estranea, ma come un segno concreto di un futuro condiviso.

Un altro aspetto fondamentale della facilitazione riguarda la governance del progetto. Dalla turbina è nata anche la Comunità Energetica CERqua, un’associazione senza scopo di lucro che coordina la produzione e la condivisione dell’energia tra i soci. La CERqua è un organismo partecipato, dove ogni membro può contribuire alle decisioni e condividere i benefici.

Un modello vincente

Il progetto di Gubbio dimostra che la transizione energetica può diventare un potente motore di coesione sociale. L’impianto produce energia pulita, ma soprattutto restituisce al territorio un senso di protagonismo e di responsabilità condivisa. L’energia, in questo modello, non è più solo una questione tecnica o economica, ma una forma di relazione comunitaria.

La facilitazione ha reso possibile tutto questo, trasformando un tema complesso come quello dell’energia rinnovabile in un processo accessibile, partecipato e concreto. Ha permesso di tradurre i tecnicismi in linguaggio quotidiano, di gestire le paure e le resistenze, di accompagnare la comunità in un percorso di comprensione e fiducia. In questo senso, il progetto di Gubbio rappresenta un vero e proprio laboratorio di innovazione sociale, dove la tecnologia si intreccia con le relazioni, e la sostenibilità diventa una pratica condivisa.

Conclusioni: verso una transizione condivisa e giusta

La transizione ecologica non è soltanto un obiettivo tecnico-economico: è una sfida culturale, sociale, politica. Perché abbia successo, non basta facilitare le procedure per “fare impianti”, occorre che le persone si riconoscano nel percorso, ne condividano i presupposti, ne percepiscano i benefici e ne vivano attivamente le tappe.  È fondamentale costruire processi partecipativi autentici e che portino avanti nuovi modelli di democrazia. L’esperienza del Castiglione e della CERqua insegna che la transizione ecologica non può essere imposta: deve essere facilitata. Richiede ascolto, empatia, trasparenza e la capacità di costruire significati comuni. Ogni territorio ha le proprie caratteristiche, ma la facilitazione ha il potere di muovere una comunità intera verso un nuovo paradigma, in cui l’energia è partecipata, locale e condivisa.

 

Bibliografia 

  • BIANCHINI R., MOTZ A., TENCONI A. (2025), Per chi girano le pale? Accettazione sociale dei progetti di generazione rinnovabile e best practice, Position Paper n. 290, Collana “Transizione Energetica”, REF Ricerche srl – Laboratorio Servizi Pubblici Locali, Milano, maggio 2025, ISSN 2531-3215, disponibile online su https://www.laboratorioref.it