Come Facilitambiente, promuoviamo l’avvio di percorsi partecipativi guidati da istituzioni e imprese. Tuttavia, la partecipazione cittadina non coincide necessariamente con una consultazione organizzata dall’alto. Può nascere autonomamente dal basso, dalle comunità, attraverso pratiche di osservazione, produzione e circolazione delle informazioni. In questo senso, documentare un problema, confrontare informazioni e renderle accessibili significa contribuire alla costruzione di una rappresentazione collettiva della realtà e, di conseguenza, creare le condizioni per incidere sui processi decisionali.
La questione centrale diventa quindi come trasformare l’informazione prodotta dal basso in conoscenza riconosciuta e utilizzabile nei processi pubblici. Se adeguatamente verificata, contestualizzata e integrata nelle infrastrutture della governance, l’informazione civica può infatti diventare qualcosa di più di uno strumento di comunicazione alternativa e costituire una vera e propria infrastruttura della partecipazione democratica.
È a partire da questa prospettiva che è possibile rileggere l’evoluzione della partecipazione digitale: dalle prime esperienze di produzione autonoma dell’informazione, come Indymedia, fino alle pratiche contemporanee di civic monitoring e democrazia deliberativa. Ad esempio, il caso di Indymedia (Independent Media Center) rappresentò un significativo tentativo di fare della produzione e della diffusione dell’informazione una pratica di partecipazione civile.
La nascita dell’open publishing
Alla fine degli anni Novanta, produrre informazione online richiedeva competenze tecniche relativamente elevate e i media tradizionali conservavano inoltre un forte controllo sulla selezione e sulla distribuzione delle notizie. In questo contesto, nel novembre del 1999 nacque a Seattle il primo Independent Media Center, con l’obiettivo di documentare le proteste contro il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Il progetto partiva dall’idea che i protagonisti di una mobilitazione potessero raccontarla direttamente. Il sito, adottando un modello di open publishing, permetteva a chiunque di pubblicare testi, fotografie, audio e video senza passare attraverso una redazione tradizionale. Offrendo ai cittadini la possibilità di contribuire alla costruzione di uno spazio pubblico alternativo a quello dei media tradizionali, la produzione giornalistica non rappresentava più una prerogativa di pochi professionisti e diventava strumento di partecipazione politica, come sintetizzato nello slogan «Don’t hate the media, become the media».
L’informazione divenne in questo modo un’attività collettiva. Chi si trovava sul luogo degli eventi poteva documentarli. Chi possedeva competenze tecniche poteva contribuire alla costruzione dell’infrastruttura. Dai singoli centri, che rendevano le decisioni attraverso forme di coordinamento orizzontale, si formò una rete globale composta da nodi locali relativamente autonomi ma che condividevano l’idea dell’open publishing e la volontà di costruire uno spazio informativo alternativo. Entro il 2004, la rete toccò l’apice di 142 centri locali nel mondo. Negli anni successivi la rete iniziò però una fase di contrazione, in un contesto segnato da difficoltà di moderazione e spam, divisioni interne, pressioni giudiziarie e dalla crescente affermazione delle piattaforme social.
Attraverso Indymedia, documentare significava prendere parte alla definizione di ciò che sarebbe entrato nello spazio pubblico come fatto, problema o rivendicazione. La produzione dell’informazione diventava così essa stessa una forma di partecipazione.
L’esperienza di Indymedia mostra quindi un primo passaggio fondamentale: la produzione dell’informazione può diventare essa stessa una pratica di partecipazione. Ma se la questione iniziale era chi potesse produrre e diffondere informazioni, le trasformazioni successive del digitale avrebbero spostato il problema: non più soltanto chi può produrre informazione, ma a quali condizioni questa informazione può diventare conoscenza condivisa e assumere un ruolo nei processi decisionali.
Il caso del G8 di Genova del 2001 illustra chiaramente questa dinamica. In quell’occasione, la documentazione audiovisiva indipendente prodotta da Indymedia — anche all’interno del Media Center coinvolto nella nota irruzione alla scuola Diaz — non servì solo a raccontare le proteste, ma entrò a far parte delle ricostruzioni giudiziarie e dei documenti parlamentari dell’epoca. L’esperienza genovese evidenzia quindi una funzione destinata a diventare centrale nello sviluppo del digitale: un video, una fotografia o una testimonianza dal basso non sono semplici atti informativi, ma veri e propri strumenti per documentare e legittimare un problema nello spazio pubblico.
Il giornalismo partecipativo non implica necessariamente la sostituzione del giornalismo professionale. Mette piuttosto in discussione la separazione tradizionale tra produttori e destinatari dell’informazione. Introduce forme di collaborazione nelle quali cittadini, giornalisti e comunità possono contribuire a definire ciò che viene osservato, documentato e portato nello spazio pubblico.
La testimonianza civile ai tempi dei social media
Eppure, se l’open publishing aveva reso possibile una forma di produzione informativa dal basso, le piattaforme digitali sviluppate negli anni successivi avrebbero portato questa possibilità a una scala completamente diversa. Al tempo stesso, ne avrebbero modificato profondamente le condizioni.
Infatti, molte delle pratiche che Indymedia aveva sperimentato in forma militante — la produzione degli utenti, la pubblicazione immediata, la condivisione dei contenuti, il commento e la loro circolazione al di fuori dei canali informativi tradizionali — sono progressivamente diventate caratteristiche ordinarie del Web 2.0 e, successivamente, dei social media.
In entrambi i casi, gli utenti vengono messi nella condizione di produrre e diffondere direttamente contenuti senza passare attraverso le redazioni dei media tradizionali. Tuttavia, dal punto di vista strutturale e culturale, il passaggio è stato molto più radicale. L’open publishing di Indymedia si fondava su infrastrutture autogestite, collettivi volontari e una concezione dell’informazione come risorsa condivisa e strumento di partecipazione. Le grandi piattaforme private hanno invece trasformato la produzione dal basso in uno spazio prevalentemente individuale di espressione e consumo, dove i contenuti vengono canalizzati da algoritmi ed estratti come valore economico attraverso la raccolta dei dati personali.
La diffusione dei social media ha così ampliato enormemente le possibilità di intervento degli utenti nello spazio pubblico, ma ha contemporaneamente introdotto nuove forme di intermediazione e di controllo sulla visibilità dei contenuti. La possibilità di pubblicare non garantisce che i contenuti siano visibili, credibili o rilevanti. Ciò che viene prodotto dagli utenti è infatti sottoposto a meccanismi di selezione, raccomandazione e moderazione che determinano, in larga misura, quali contenuti riescano a raggiungere un pubblico e quali rimangano marginali. La partecipazione digitale assume quindi una natura ambivalente, ampliando le possibilità di espressione e di mobilitazione, ma rimane fortemente dipendente dalle infrastrutture private. Questo incide sulla capacità degli utenti di intervenire effettivamente nello spazio pubblico.
Oggi, il problema della partecipazione informativa non consiste quindi più soltanto nell’abbattere le barriere all’accesso alla pubblicazione. Se la possibilità di raccontare direttamente un’esperienza rappresentava la principale innovazione dell’open publishing, la sfida contemporanea è trasformare la moltiplicazione delle informazioni prodotte dai cittadini in conoscenza condivisa e utilizzabile nei processi decisionali. Perché l’informazione prodotta dai cittadini possa contribuire alla partecipazione democratica, servono quindi condizioni che ne permettano la verifica e la validazione, il confronto con altre fonti e la successiva messa in circolazione. Non si tratta più soltanto di aumentare il numero delle persone che possono parlare nello spazio pubblico, ma di costruire infrastrutture attraverso cui ciò che viene osservato, documentato e prodotto dalle comunità possa essere riconosciuto, discusso e utilizzato.
È proprio a partire da questa esigenza che si apre una nuova fase della partecipazione digitale. Se Indymedia aveva cercato di sottrarre la produzione dell’informazione al monopolio dei media tradizionali e i social media hanno successivamente trasformato quella possibilità in una pratica di massa, le esperienze più recenti cercano di compiere un ulteriore passaggio: trasformare l’informazione prodotta dai cittadini in conoscenza utilizzabile nei processi di governance.
Dall’informazione alla deliberazione
È proprio in questo spazio che negli ultimi anni si è sviluppato un insieme di pratiche che collega giornalismo partecipativo, open data, monitoraggio civico e democrazia deliberativa.
Il monitoraggio civico costituisce, in questo senso, un passaggio particolarmente importante. I cittadini non si limitano a raccontare un problema, ma raccolgono dati, effettuano osservazioni, documentano lo stato di un territorio e confrontano le proprie evidenze con le informazioni ufficiali. Il risultato non è necessariamente giornalismo in senso stretto, ma una forma di produzione civica di conoscenza che può alimentare il processo deliberativo. Come riportato dall’OCSE, il civic monitoring, insieme all’accesso alle informazioni e ai dati, alla citizen science, al bilancio partecipativo e ai processi deliberativi rappresentativi, è tra i principali strumenti attraverso cui i cittadini possono essere coinvolti nel ciclo delle politiche pubbliche.
In Italia, uno degli esempi più interessanti di questa trasformazione è rappresentato da Monithon. Nato nel 2013 all’interno dell’ecosistema di OpenCoesione e Spaghetti Open Data, il progetto ha sviluppato una metodologia attraverso cui cittadini, studenti e organizzazioni della società civile possono selezionare progetti finanziati con risorse pubbliche, analizzarne i dati, visitare fisicamente i luoghi interessati, raccogliere testimonianze e produrre report di monitoraggio. E’ il cittadino stesso che monitora l’attuazione di una politica pubblica, documentando l’esperienza concreta dei beneficiari, da confrontare con il dato amministrativo.
Questo modello sta progressivamente entrando dentro gli stessi processi istituzionali. Esemplare il caso della Regione Lazio, che ha collaborato con l’OCSE, ANCI Lazio e Monithon per realizzare un processo di monitoraggio civico delle strategie territoriali finanziate dal Fondo europeo di sviluppo regionale. In questo modo, una metodologia elaborata dalla società civile è diventata uno strumento di accountability pubblico e parte stessa di percorsi istituzionali.
Un secondo sviluppo, oltre il monitoraggio civico, riguarda la costruzione di infrastrutture digitali specificamente progettate per collegare informazione, discussione e decisione. Il caso più avanzato è quello di Decidim, piattaforma open source nata a Barcellona e sviluppata come infrastruttura per la democrazia partecipativa. Decidim non cerca semplicemente di trasferire la conversazione politica dentro una piattaforma digitale, ma struttura il percorso della partecipazione: i cittadini possono formulare proposte, discuterle, sostenerle, partecipare a incontri in presenza e seguire il percorso delle proposte fino alla fase di risposta o implementazione.
Il progetto mostra ormai anche una significativa capacità di scalabilità. Secondo i dati pubblicati dalla stessa associazione Decidim, nel 2026 la piattaforma risultava utilizzata in 33 Paesi, con 511 istanze, 318 istituzioni, oltre 925.000 partecipanti e più di 100.000 proposte. Particolarmente significativo è il caso del Brasile. Attraverso Brasil Participativo, realizzato con Decidim, i cittadini hanno contribuito alla definizione del Piano Pluriennale federale 2024-2027. Sono state raccolte 8.254 proposte e registrate oltre 1,4 milioni di interazioni; secondo i dati del progetto, il 76% delle proposte è stato incorporato nel piano, almeno parzialmente o integralmente. La piattaforma è stata inoltre utilizzata nella fase successiva per monitorare l’attuazione del piano.
Rispetto a Indymedia, le comunità così non producono soltanto informazioni alternative, ma contribuiscono a definire il problema, individuare possibili soluzioni e monitorarne l’attuazione. L’informazione prodotta dai cittadini entra così in processi nei quali viene raccolta, verificata, discussa e valutata pubblicamente, accompagnando l’intero ciclo della politica pubblica, dalla definizione dei problemi alla progettazione delle soluzioni, fino alla loro attuazione e al successivo monitoraggio.
Una nuova direzione
La parabola che parte da Indymedia e arriva alle attuali piattaforme civiche mostra che il problema della partecipazione digitale non può essere ridotto alla possibilità di dare voce ai cittadini. L’esperienza dell’open publishing aveva già dimostrato, alla fine degli anni Novanta, che le comunità potevano produrre e distribuire autonomamente informazioni senza dipendere completamente dai media tradizionali. I social media hanno successivamente reso questa possibilità universale, ma l’hanno inserita all’interno di infrastrutture commerciali caratterizzate da nuovi meccanismi di intermediazione, profilazione e selezione algoritmica. La sfida contemporanea consiste nel trasformare questa capacità in conoscenza civica, riconosciuta e utilizzabile nei processi decisionali.
Monithon mostra come il monitoraggio civico possa diventare uno strumento di accountability delle politiche pubbliche; Decidim mostra come le proposte possano essere inserite in processi strutturati di discussione, voto e monitoraggio.
In quest’ottica, l’informazione dal basso può costituire una delle condizioni conoscitive fondamentali della deliberazione pubblica: mappa le criticità reali, individua chi ne è coinvolto e fornisce i dati per affrontarle. Diventa fondamentale che le istituzioni non si limitino ad ascoltare, ma creino vere e proprie infrastrutture partecipative in grado di tradurre questo patrimonio informativo in scelte concrete. Solo così è possibile strutturare una prassi continua di confronto in cui cittadini, esperti e istituzioni co-producono le decisioni pubbliche.
References
- https://en.wikipedia.org/wiki/Indymedia
- https://www.dinamopress.it/news/non-ce-comunicazione-senza-intento-politico-indymedia-da-genova-ai-social-network/
- https://www.vice.com/it/article/indymedia-g8-genova-2001/
- https://www.wired.it/economia/finanza/2021/04/29/pnrr-spese-risorse-controllo-monithon/
- https://www.dinamopress.it/news/reti-terza-generazione-la-democrazia-del-xxi-secolo-lesperienza-decidim-barcellona/
- https://decidim.org/case-studies/brazils-participatory-plurianual-plan-embedding-citizen-participation-in-federal-strategic-planning/

