Oltre il disordine globale: la facilitazione come bussola della transizione

Oltre il disordine globale: la facilitazione come bussola della transizione

Mentre il disordine geopolitico frammenta la governance climatica globale, la tenuta degli investimenti verdi dipende sempre più dalla capacità di ricomporre i conflitti e armonizzare le asimmetrie normative.

Se il principio del nuovo anno è solitamente fecondo di buoni propositi e picchi di ottimismo, persino per i più disincantati, lo stesso non può dirsi per lo politica internazionale, che ha scelto l’inizio del 2026 per ribaltare le carte del gioco internazionale.

Protagonisti di questo nuovo disordine globale sono senz’altro gli Stati Uniti che, confermando una strategia politica ormai evidente anche agli occhi meno esperti, si sono ritirati dai principali accordi sul clima (UNFCCC, IPCC, UN Energy,…), sancendo così la fine del multilateralismo ambientale e vanificando gli sforzi e le speranze che l’avevano faticosamente alimentato. 

Mentre Washington rispolvera il mantra del “drill baby, drill”, puntando su una crescita muscolare ancorata ai fossili, l’Europa risponde consolidando la propria leadership ambientale, non di certo per vezzo di sostenibilità ma per competitività strategica. 

L’agenda europea inaugura così il 2026 rendendo operativo il CBAM, Carbon Border Adjustment Mechanism. Non si tratta di una mera barriera doganale, ma di un vero e proprio tributo ambientale finalizzato a garantire che gli sforzi di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra in ambito UE non siano vanificati da un contestuale aumento delle emissioni al di fuori dei propri confini, tramite le merci prodotte nei Paesi extra UE e successivamente importate nell’Unione. È la plastica rappresentazione di due strategie politiche che si attestano agli antipodi dello scacchiere internazionale: la libertà di inquinare per crescere, da un lato, la responsabilità di decarbonizzare per perdurare nel tempo, dall’altro.

In questo scenario di incertezza, gli European Green Bond (EuGB) si consolidano come il vero gold standard del mercato finanziario sostenibile. Mentre gli asset americani risentono dell’instabilità dovuta alla volatilità dei fossili e all’isolamento internazionale, le obbligazioni verdi dell’UE offrono agli investitori una certezza senza precedenti. Investire nel “verde” europeo nel 2026  è una vera e propria necessità di de-risking finanziario. 

Tuttavia, questa divergenza transatlantica crea un terreno minato per le imprese. Le discrasie normative tra USA ed Europa possono facilmente generare attriti commerciali, incertezze contrattuali e, inevitabilmente, nuovi conflitti ambientali. 

In questo contesto, la facilitazione smette di essere una scelta procedurale per diventare una necessità sistemica. Si assiste, infatti, a un paradosso ontologico: mentre la crisi climatica è per sua natura un fenomeno intrinsecamente transnazionale che ignora i confini della giurisdizione nazionale, la sua governance si sta frammentando in blocchi regionali contrapposti. In questa geografia del disordine, la facilitazione agisce come uno strumento di stabilizzazione dei rapporti giuridici ed economici.

Un caso emblematico di come iniziative collaborative possano ricomporre la frammentazione normativa è l’iniziativa SteelZero, promossa dal Climate Group e implementata conformemente allo standard di certificazione internazionale ResponsibleSteel. Si tratta di una coalizione globale di grandi utilizzatori di acciaio (da colossi dell’automotive come Volvo a leader dell’energia come Ørsted) che, sfruttando il peso specifico delle propria posizione nel mercato, si sono impegnati pubblicamente ad acquistare solo acciaio a zero emissioni entro il 2050.                  

Il valore di SteelZero risiede quindi nella sua capacità di focalizzarsi su un obiettivo condiviso, scavalcando i confini nazionali e le asimmetrie normative, promuovendo un ambiente di apprendimento e co-creazione. È questo dialogo, basato sulla trasparenza e sull’impegno congiunto, a sbloccare soluzioni climatiche collaborative e positive, trasformando una promessa ambientale in un criterio d’acquisto uniforme. In questo modo membri di SteelZero – pur provenienti da settori, filiere e geografie diverse, creano spontaneamente un mercato globale per l’acciaio a basse emissioni che prescinde dai disimpegni politici. 

 A differenza del contenzioso giudiziario, che tende a polarizzare le posizioni, la facilitazione ambientale interviene per prevenire o superare lo stallo sia nei rapporti commerciali sia nei grandi progetti infrastrutturali, dove la contrapposizione tra i rigidi standard regolatori europei e le diverse istanze degli attori coinvolti rischia di tradursi in una paralisi degli investimenti. Essa permette quindi di ancorare la risoluzione della controversia al dialogo fecondo tra i vari stakeholders, fornendo così un metodo per armonizzare le divergenze interpretative che emergono lungo le filiere produttive globali. 

Se la politica internazionale alza muri doganali e ideologici, la facilitazione e, più in generale, gli ADR agiscono per preservare l’esecuzione dei contratti, garantendo che la transizione resti un percorso governato dalla coerenza delle regole condivise e non dall’arbitrio della forza.

 

 

Questo testo è stato realizzato in collaborazione con Valentina Carella, ufficio Formazione Camera Arbitrale di Milano